Stralcio del Libro

DIEGO ROMEO

RACCONTI DELLE LANDE PERCORSE

Libro Primo

COME NASCE UN CAVALIERE

PROLOGO

Primo giorno della stagione del Risveglio del Drago, ora sesta, anno decimo del Nuovo Corso. Dalla Corte Interna del Grande Palazzo dell’Augusto Sovrano, nella Capitale dell’Impero. Inizia la Cronaca delle gesta del Cavaliere del Drago d’Oro, dell’Ordine della Luce Inestinguibile, Sommo Giudice di ogni Chiericato, carico di fama imperitura ed onore, che ogni suddito riverisce con grata memoria invocando la protezione del Sommo Drago Celeste, Generale eroico della Grande Battaglia, di cui nessuno ha ancora fornito un racconto completo e veritiero.
Volgeva al termine una serata calda e rosacea: il sole si tuffava nel mare turchese perfettamente inquadrato nella gelosia alabastrina di un balconcino. La grata decorata, unico luogo di contatto visivo con l’esterno, spezzava la monotonia di un corridoio ombroso che sembrava lungo all’infinito ed interrotto solo da una serie di stanzette con muri soppalcati all’inverosimile e carichi di libri dal pavimento al soffitto. Le stanze austere, interdette a chiunque tranne che al Bibliotecario e al giovane inserviente addetto alla spolveratura, emanavano sinistri rumori soffusi, interrotti da clangori metallici e grida attutite, e brillavano, in qualche angolo, di luce propria. Il respiro dei secoli, pensò il giovane il primo giorno di lavoro mentre spolverava con un pesante flabello di piume di struzzo, rigovernando l’ultimo palchetto della giornata in cima ad una scaletta malferma ed antica di secoli. All’inizio del suo mestiere (era ancora un ragazzino quando era stato prescelto dal Bibliotecario per quel compito prestigiosissimo) aveva nutrito un timore reverenziale per i volumi conservati, e un terrore lo assaliva ad ogni strana manifestazione delle virtù intrinseche di ogni codice. Non propriamente magiche, ma semplicemente straordinarie. Si era abituato nei pochi anni di esercizio a riconoscere singolarmente ogni inflessione: le strane manifestazioni gli facevano compagnia nel lavoro solitario. Non si intrometteva mai nei racconti bisbigliati da infiniti attori racchiusi nei libri: gli bastava la familiarità con quei personaggi. Non sentiva il bisogno di unire la sua voce alle loro storie: il racconto era una necessità che non aveva mai sperimentato e l’arte sublime della narrazione, fino a quel giorno, gli era rimasta preclusa. All’inizio aveva subito l’eremitaggio professionale come una condanna: ora apprezzava i pregi del silenzio, del tempo per la riflessione, della cura maniacale nello svolgere un compito meccanico ma fondamentale che la calma gli permetteva. Custodiva i codici; anzi, meglio, vegliava sui libri. Ma alla fine, come diceva il Bibliotecario, sono gli umani e le loro opere che sono preservati dai libri, la più alta forma di cultura. Alcuni codici erano così antichi e fragili che andavano visitati ogni giorno. Contenevano tanti di quegli eventi occorsi nell’Impero che nessuno avrebbe potuto esaurirne non solo i contenuti, ma neanche i titoli. Un sapiente aveva atteso alla stesura di un catalogo: dopo sessant’anni di lavoro diuturno, l’unica copia appena conclusa fu trovata la mattina seguente bruciata, e l’erudito avvelenato. Auto-combustione e tossinfezione alimentare, fu il verdetto della Milizia Particolare. Ma fu chiaro a tutti come gli Umani non dovevano indagare e attivarsi per la protezione dell’immenso tesoro secolare: i libri, piuttosto, erano l’unica garanzia alla conservazione dell’Impero, la forma migliore di civilizzazione prodotta dai secoli.
I libri sono davvero le pietre su cui si costruisce il mondo, cioè la civiltà che ordina il consorzio umano e ne orienta l’agire. I libri sono il bastione contro la barbarie, il baluardo sicuro contro la perdita della memoria, cioè dell’identità. In altri luoghi e in altri tempi, mentre gli Imperi crollavano, qualcuno, con un’ostinazione santa e con un’abnegazione profetica, invece di predare o piangere sulle rovine si era dedicato, anima e corpo, a copiare codici. Cioè a salvare e ricomprendere, con una nuova ermeneutica, quello che il mondo vecchio poteva trasmettere al nuovo. Avvenne un trapasso traumatico, con molte cesure, attutite da quei testimoni silenti e forse inconsapevoli della lotta più ardua: alcune scelte furono preordinate, altre capitarono e basta. Chi si applicò a quell’impresa realizzò un’opera più produttiva di una vittoria in battaglia. Con i libri, alleati della nuova Fede, si costruì la sorte brillante. Il Pontefice Glorioso, che da secoli non si palesava ad altri fuorché all’Augusto Sovrano, lo ripeteva nelle sue Epistole: la gloria dell’Impero è tutta nella sua Capitale, cioè nei cuori pulsanti di Palazzo, Tempio Maggiore, Biblioteca, Tesoro ed Archivio.
I sarcastici avrebbero di buon grado aggiunto all’elenco pontificio le sterminate Dispense dette Cantine, l’Anfiteatro detto Colosseo, il Circo detto Ippodromo ed il lascivo Teatro detto Museo, ben sapendo che senza il cuore pulsante in perfetto stato tutto il corpo dell’Impero si sarebbe arrestato fino al collasso. In molti, tragicamente, aspettavano solo quel momento: distruggere il sistema sublime, impadronirsi delle sterminate ricchezze, razziare. L’inserviente divagava spesso con il pensiero in tempi e luoghi che credeva fantastici, e si chiedeva se fossero davvero mai esistiti fuori dei prati immensi e fioriti della fantasia galoppante degli antichi scrittori. I codici più amati coincidevano con i più proibiti, che raccontavano strane storie avvenute su un pianeta chiamato Terra: velati e sigillati, erano protetti da vera magia occulta. Da bambino, fortunatamente, una vecchia mendicante gli aveva insegnato l’arte delle chiaroveggenza: soffiando lievemente sulle copertine riusciva a far volare le lettere nell’aria, ricomponendole sul suo spesso mantello di cuoio. Finita la lettura, un altro soffio e tornavano tutte al loro posto. Non aveva problemi per la comprensione delle lingue più arcane: la memoria prodigiosa gli permetteva di assorbire una quantità infinita di nozioni, che magari neanche riusciva ad elaborare. Ma al momento giusto, per incanto, tutto tornava così netto e definito che si sarebbe potuto proporre per memorizzare più di una collezione. Da giovanissimo una veggente, profetessa itinerante della Schiera dei Tarocchi, l’aveva iniziato ai misteri della Lingua Arcaica: solo gli incantesimi più potenti erano esprimibili in quella melodia di suoni striduli e gutturali che pochissimi conoscevano e sapevano padroneggiare. In tempi antichi i Bibliotecari istruivano gli inservienti solo per via orale, ed erano obbligati a imparare a memoria non solo collocazioni ma lunghi brani, se non interi codici fra i milioni conservati. Con la tecnica del Rapido Computo era divenuto tutto più facile: l’automazione aveva aperto campi insospettabili alla professione. Il ragazzo rimaneva un povero addetto alla custodia, pulizia e manutenzione di vecchi libri che nessuno poteva vedere, e che molti ignoravano del tutto. Per alcuni volumi nutriva una passione smodata: in particolare per un antico codice, negletto in un angolo polveroso di uno scaffale secondario, nascosto tra registri e scartoffie dei tempi andati. La rilegatura solenne oramai disfatta indicava come fosse stato in uso e in grande considerazione per un lungo periodo. Il testo non presentava un particolare pregio estetico: mancavano fregi e decorazioni, ma la qualità della pergamena era ottima e la calligrafia nettissima e regolare, vergata con una leggiadria e una precisione come solo le Fate sarebbero state in grado di scrivere.
Il Bene e il Male nei loro servi, il Cavaliere e il Nero, duellarono a lungo con incerta sorte fino allo scontro finale che, dopo tribolazioni infinite, portò al Nuovo Corso degli eventi, in uno stupore che fece ammutolire la Storia stessa.
Il Bibliotecario spesso si attardava, la sera in chiusura, a compulsare le antiche Cronache alla ricerca delle avventure eroiche nei secoli passati, quando l’Impero aveva lottato e rischiato la sua esistenza per una congiuntura spaventosa. L’inserviente, a differenza di molti altri giovani che preferivano baldorie pur legittime, si sedeva ai piedi del suo scranno e ascoltava il mormorio ritmico della lettura ispirata, come se il sapiente scandisse un incantesimo. Amava quell’angolo di ballatoio ligneo, quel balcone, quella finestrina traforata al tramonto più della sua casa sulle montagne lontane, più di ogni cosa che potesse aver valore. Non avrebbe stimato tutto l’oro del mondo in cambio di quel momento di intimità con i libri più amati. Accanto al ponderoso volume della Cronaca, un quadernetto adespoto dal dorso tutto liso di pelle vaccina scurita conteneva poche pagine fitte di scrittura in un alfabeto magico. Fortunosamente, all’insaputa del gelosissimo Bibliotecario, aveva recuperato il cifrario giusto in un Bollario curiale smarrito da qualche decennio (mal ricollocato tra i manuali di ricette di cucina elfica). Un anonimo Maestro aveva raccolto un insegnamento di cui non riusciva, dopo anni di ricerche, a recuperare la fonte.
Stare sottomessi, vivere soggetti ad un superiore e non disporre di sé è cosa grande e valida. E’ molto più sicura la condizione di sudditanza che quella di comando. Ci sono molti sottomessi per forza più che per amore: da ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi non giungono alla libertà di spirito. Corri pure di qua e di là: non troverai pace che nell’umile sottomissione con la supervisione di un Maestro. Andar sognando luoghi diversi e passare dall’uno all’altro è stato per molti un inganno. Certamente ciascuno preferisce agire a suo talento, ed è maggiormente portato verso chi gli dà ragione. Ma dobbiamo talvolta lasciar perdere i nostri desideri, per amore della pace. C’è persona così sapiente che possa conoscere pienamente ogni cosa? Non devi avere troppa fiducia nelle tue impressioni; devi ascoltare volentieri anche il parere degli altri. Anche se la tua idea era giusta, ma la abbandoni per seguire quella degli altri, da ciò trarrai molto profitto. Stare ad ascoltare e accettare un consiglio – come spesso ho sentito dire – è cosa più sicura che dare consigli. Può anche accadere che l’idea di uno sia buona; ma è sempre segno di superbia e di pertinacia non volersi arrendere agli altri, quando la ragionevolezza o l’evidenza lo esigano. Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia, tosto vedremmo venire a noi l’aiuto dal Cielo che prontamente sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci procura occasioni di lotta proprio perché ne usciamo vittoriosi.

Capitolo I
IL CAVALIERE NERO

Il buio inerte di una notte nera come l’inchiostro pesava come una cappa sull’immoto villaggio in cui, da secoli, sembrava non essere trascorsa la Storia: solo il fluire lento e costante di un presente ciclico fatto di lavoro operoso, gioie e dolori, piccole vicende di uomini in equilibrio con l’ambiente circostante. La luna, pienissima per tutto il pomeriggio, di colpo si era oscurata al crepuscolo: il presagio più infausto per gente semplice e scaramantica, che attendeva le chiare notti di luna piena per celebrare la Vigilia solenne del Sommo Drago Celeste nel piccolo tempio del villaggio. Un candido gufo delle macerie si era accoccolato sul pinnacolo del luogo sacro e da lì cantava il suo lugubre e continuo lamento, annuncio di amari lutti. L’eclissi portava presagi di sventure: non solo di morte, ma di totale distruzione. Tutti sapevano che la notte sarebbe stata gravida di violenza, ma per esorcizzare la rovina già attesa, al primo scuro, le madri avevano accompagnato a letto i figli con aspri rimbrotti, ricordando di rimanere assolutamente immobili e silenziosi sulle stuoie. I Licantropi, mascherati da mendicanti alle porte dei templi, si accalcavano aspettando che i bambini più temerari azzardassero rivolgere a mezzanotte gli specchietti rituali verso la pallida, tonda faccia della luna, per richiamare quei fanciulli in loro potere e farne dei servitori indefessi. Il tributo di sangue da generazioni ormai era stato spezzato nel villaggio perché ogni famiglia vegliava sui suoi giovani, con un senso di solidarietà in cui la comunità intera proteggeva e sorvegliava ogni singolo individuo. Ma il buio avrebbe riservato la più orrenda delle sorprese, al posto dei Licantropi oramai quasi debellati. Nella stanza più interna del piccolo tempio un uomo, di antica e illustre casata, il proto-chierico del villaggio, controllava nella segretezza più assoluta il Rotolo dei Vaticini, evocando la Profezia Sibillina altrimenti vietata a tutti i maghi, aruspici, indovini ed ancor di più ai chierici dell’Impero. In gioventù, pur nel luogo sperduto in cui era vissuto, aveva per caso rinvenuto una delle pochissime copie ancora in circolazione di un codice che fungeva da Libro usuale dell’antica Cancelleria imperiale, che conteneva, trafugato in caratteri per molti indecifrabili, una copia del rarissimo e proibitissimo Ordine Canonico dei Gloriosi Pontefici. Dopo aver trascorso un anno a memorizzare il contenuto stupefacente di quell’antico manoscritto, era andato a piedi fino alla Capitale dove aveva affidato nelle mani solerti del Bibliotecario quel tesoro. Il custode del luogo più erudito delle Lande percorse, con un sorriso obliquo, gli aveva ricordato che quel fagotto che aveva custodito gelosamente nel giustacuore da quel momento in poi, semplicemente, non sarebbe più esistito se non nel folklore dei semplici. Ma va ammesso che in ogni leggenda c’è sempre un fondo di verità…, aggiunse indecifrabile mentre avvolgeva in un panno di seta rossa intessuta di fili dorati il libricino membranaceo: a contatto con quel tessuto sembrò infuocarsi e cominciò ad emettere una melodia celestiale. Era ormai troppo tardi: il chierico, in un bagliore di chiaroveggenza, ebbe visione del destino di sofferenza e di gloria che il figlio minore, amatissimo, avrebbe dovuto adempiere. Doveva affrontare la prova dolorosa ma necessaria e compiere il piano provvidenziale, incomprensibile, del Sommo Drago Celeste.
“Tesoro, ti prego, svegliati!”
“Figlio mio, dai, svegliati!!”
“Hurik, sveglia!!!”
Le urla fecero passare il ragazzo dal sonno profondo al caos diabolico dell’imminente tragedia. Un passaggio così repentino da lasciarlo stordito per qualche secondo con la testa ovattata: nelle orecchie fischiava un fastidioso ronzio di sottofondo.
Non riuscii più a capire cosa stesse succedendo, vedevo solo i miei cari che si agitavano intorno a me.
Fissava inebetito nel vuoto finché un sonoro, pesante ceffone della madre, lo riportò alla realtà.
“Hurik, per l’amor del Sommo Drago Celeste, svegliati! Dobbiamo fuggire di corsa…”
La voce era incrinata per la tensione; non aveva mai visto sua madre così agitata. Dov’erano i suoi fratelli e suo padre? Perché appena poche ore prima si era addormentato nel tepore e nella calma di casa sua ed ora si trovava nel più cupo girone di Nove Inferni? Madre! tutto quello che il giovane riuscì ad esclamare, prima che la donna gli mettesse in mano una floscia, vecchia bisaccia da viaggio e il corto pugnale ritorto, dalla lama lucente e con l’impugnatura brillante di metallo intarsiato, che il padre conservava gelosamente come insegna dell’orgoglio militare. Il contatto con la fredda lama lo svegliò definitivamente, e accese una rabbia sorda e un istinto, indefinibile ma impavido, di grandi risoluzioni: avrebbe corso le miglia di tutte le Lande dell’Impero per squartare un gigante, solo per provare la sua fierezza.
“Riempila con lo stretto necessario: sbrigati!”
Anche se non ne capiva il motivo, il giovane Hurik decise di eseguire gli ordini senza controbattere. Per fortuna il padre, proto-chierico della Divina Schiera del Sommo Drago Celeste e Cavaliere dell’Ordine della Luce Inestinguibile, capo di un piccolo villaggio lontano dalla Capitale nella regione sud orientale, era un uomo pratico e aveva insegnato ai figli come comportarsi in caso di pericolo. Automaticamente iniziò a riempire lo zaino con il necessario per un viaggio di fortuna: cose di poco conto che ingombravano una credenza. Si legò alla cintura il pugnale che la madre gli aveva consegnato e balzò nell’atrio di casa. Il villaggio di cui il padre era capo per mandato dell’Assemblea Madre non contava più di cinquecento anime; poche misere casupole rinchiuse da una palizzata di legno che ne delineava i confini e un solo edificio in pietra sbozzata e scura, al centro, su un pianoro angusto che sfociava nelle Piazza delle Adunanze: il tempio del Sommo Drago Celeste, Signore della Tranquilla Fortuna, che fungeva anche da loro abitazione. Sceso in piazza, il ragazzo vide donne e bambini che si preparavano alla fuga repentina; dalla parte opposta il padre con i due fratelli, Meandor e Andros, davano istruzioni agli uomini di guardia per fronteggiare un’aggressione misteriosa. Senza neanche pensarci il ragazzo si diresse verso il padre per combattere al suo fianco: non riuscì ad avanzare di due passi che sentì una mano, dalla stretta sicura, tirarlo per il braccio, trattenendo lo slancio. D’istinto riconobbe la morsa familiare e, voltandosi, ebbe conferma dei suoi sospetti. La madre, il viso teso per la preoccupazione, lo tratteneva: fissava il figlio minore con occhi inondati di lacrime.
“Dove vai, per l’amor del Fausto Destino?” La bocca era contratta in una smorfia angustiata.
“Vado a dare una mano: anche io so combattere a dovere!”
Una risposta stupida, da adolescente focoso ed idealista, non ancora in grado di capire la gravità dell’evento: gli sembrò l’unico motivazione valida. Un secondo ceffone, seguito da un abbraccio trepido, fu l’unica reazione adeguata della donna, divisa fra l’istinto di protezione per il figlio tanto amato, l’orgoglio per lo spirito indomito che il giovane dimostrava (riconosceva l’ardore dello stesso sangue che ribolliva nelle sue vene) ed il presagio della rovina incombente. In lacrime cocenti aggiunse:
“Stupido! Cosa credi di fare: morire senza un perché?” Il giovane non capiva la causa di tanta angoscia.
“Ho quindici anni: sono un uomo ormai, e voglio combattere!”
“Basta: devi venire con me!”
“No!” urlò. “Voglio aiutare papà!”
La madre, incapace di reagire all’ostinazione cieca, piangeva a dirotto osservando impotente il figlio che già vedeva spacciato mentre soccombeva sui malfermi bastioni di legno, sopraffatto dalla forza e dall’esperienza di soldati sanguinari. Si avvicinò il padre col volto angosciato e uno sguardo stranamente esaltato. La donna implorante stava per rivolgersi al marito.
“Hurik, mi serve il tuo aiuto!” la anticipò il chierico Cavaliere.
Un’espressione di rinnovata ammirazione per il padre si distese sul volto del ragazzino mentre la madre in singhiozzi non riusciva a capire quale intento animasse il marito.
“Ho un compito da affidarti: sarai responsabile della scorta delle donne e i bambini fuori dal villaggio, fino alla Grande Città, la Capitale del nostro amato Impero.”
“Ma padre…” non fece in tempo a finire di formulare la sua protesta, che l’uomo, con piglio autoritario, replicò:
“Si tratta di un ordine, Hurik: come ti ho insegnato, gli ordini non si discutono!”
“Erik – disse la donna in lacrime – ti prego: fuggiamo tutti insieme!”
“Non fare la sciocca, donna!” fu la dura risposta. “Noi chierici Cavalieri del Sommo Drago Celeste non fuggiamo mai di fronte al nemico. Se non vi copriamo la fuga, faremo tutti una brutta fine.”
“Ma Erik…”
“Basta, Katrina, non ammetto repliche!” La abbracciò e la baciò. “Ora vai e ricordati: ti amerò sempre e veglierò su di te da qualunque luogo”.
I due si divisero: la donna con il volto rigato dalle lacrime e l’uomo con uno sguardo triste negli occhi, che voleva esprimere l’amara certezza di un addio. Affranto e rassegnato, il ragazzo decise di obbedire; seguendo la madre iniziarono ad organizzare il drappello di donne e bambini per la fuga. Al di là della palizzata, nel buio di una notte senza luna e senza stelle, si stagliavano tanti piccoli puntini luminosi: come lucciole affascinanti, quasi ipnotiche, messaggere però di un proclama di morte. Più si avvicinavano, più i puntini schiarivano il destino incombente e palesavano la propria forza distruttiva: Goblin ed Orchi erano venuti ad esigere il loro tributo di sangue. Senza indugio il gruppo di donne e bambini in fuga intraprese la marcia silenziosa ed ordinata (per quanto possibile dalla concitazione) verso la salvezza. Nonostante il buio, la comitiva di fuggiaschi si muoveva compatta, e in breve fu abbastanza distante dal villaggio per vederne stagliarsi il profilo incandescente mentre il sinistro chiarore degli incendi rischiarava la notte oscura e complice del misfatto. Alle loro spalle i fuggitivi ancora udivano i rumori di una battaglia cruenta; nessuna delle donne ebbe il coraggio di voltarsi a vedere cosa stava succedendo, consapevoli com’erano dell’orrore che si consumava. Correvano senza farsi domande ed ognuna pregava in silenzio per il marito o per i figli in battaglia, sapendo che non c’era più neanche una riserva di ragione per la loro incolumità. All’improvviso, quando erano abbastanza lontani dal villaggio per credersi in salvo, un uomo a cavallo, fosco come le urla feraci degli assalitori, si parò innanzi alla colonna di profughi. Il cavaliere indossava un’armatura massiccia d’acciaio nero, che sembrava assorbire, in virtù di una malefica proprietà entropica, tutti i colori in un abisso così profondo da eliminare ogni speranza di umanità. Ugualmente corvino il magnifico destriero, lucido ed appena trattenuto dai finimenti dorati, scossi dagli strappi violenti ed impazienti del fascio di muscoli a stento trattenuti. Sull’immenso scudo pendente al lato dello schiniere sinistro campeggiava l’effige di un drago rosso, inciso senza dubbio con sangue innocente nella forgiatura dell’umbone; l’elmo elaborato, più simile ad un teschio che ad una parvenza umana, lasciava appena immaginare un volto massiccio e uno sguardo glaciale condito di naturale spavalderia. Un sorriso beffardo si impresse sul viso arcigno: una maschera contratta che solo un maestro dell’orrore sapeva atteggiare alla smorfia di un felino che sfinisce la preda esangue tra gli artigli. Esaltato dalla sete di conquista, assaporava già il sangue scorrere a fiotti dai bocconi in cui avrebbe ridotto le tenere carni delle facili, inaspettate vittime. La madre di Hurik, raccolto tutto il coraggio rimasto, si frappose con la spada sguainata fra il cavaliere Nero e il drappello di profughi.
Seguì una risata prolungata. Il Nero ostentava odio, trionfo: spronò il cavallo verso il villaggio, lasciandoci attoniti.
Il giovane Hurik non riuscì a capire perché il Nero li lasciasse fuggire, quando il destino di tutti sembrava già segnato.
Il corso degli eventi rimane un mistero astruso ai più, ma le arti tenebrose sanno presagire, anche dietro percorsi tortuosi che portano alla prova e alla disperazione, che il valore e la fortuna si costruiscono nei meandri più lunghi ed insospettati. L’atro banditore di morte avrà magari solo pensato che non era ancora giunta l’ora del duello, o che non ci si doveva sporcare con noi, miserabili pezzenti, o che il bottino era più ricco e ghiotto altrove.
La colonna di fuggiaschi proseguì per tutta la notte e per l’intero giorno seguente finché, giunta la sera, arrivarono al villaggio più vicino. Il capo del piccolo villaggio, amico del padre di Hurik, espresse tutto il suo cordoglio per quella tragica notte, e li accolse come meglio poté, approntando alloggi di fortuna al limitare dell’accampamento in cui vivevano nella povertà più estrema. Sfiniti nel corpo e nello spirito, la maggior parte degli sfollati cadde esausta in un sonno pieno di incubi. Hurik si strinse accanto alla madre in cerca di un po’ di calore, ma non riuscì ad addormentarsi: era successo tutto così in fretta e troppi pensieri affollavano la sua mente. Che fine avevano fatto suo padre e i suoi due fratelli? C’era ancora la più vaga speranza di crederli ancora vivi? Si sentiva esausto e dolorante: una strana sensazione gli attanagliava lo stomaco e un improvviso conato lo fece ripiegare a terra. La madre cercava di confortarlo senza riuscire a trattenere uno scoppio di lacrime inconsolabili: non riuscivano a pensare ad altro che ai soldati valorosi in difesa del villaggio. Verso l’alba la donna stringeva ancora forte il figlio e piangeva sommessa, quasi senza più lacrime. Piansero a lungo, finché esausti al primo chiarore del giorno non caddero anche loro in un sonno turbato, da augurarsi la morte insieme a propositi di vendetta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...