Volevo ringraziare Valerio La Martire per questo libro, perché veramente penso ci fosse bisogno di un libro del genere. Qualcuno potrebbe dire che essere contenti per un libro in cui si parla di un’epidemia tremenda, come quella dell’ebola, possa essere fuori luogo. Io, invece, penso che avere una memoria tangibile di quello che si è consumato in un continente non troppo lontano da noi serva m51I0NqVBCGLolto. Inoltre, penso che il fatto che sia una memoria scritta e non solo visiva (foto e video), sia un valore aggiunto. Sì, perché oggi siamo troppo legati a una cultura visiva, che scorre liquida e che non lascia segni né emozione nell’anima, come acqua che scivola via dalle mani e che si asciuga velocemente, per parafrasare il filosofo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso.

Altra obbiezione che si potrebbe fare è quella che ormai l’epidemia di ebola è passata da qualche anno, quindi, perché parlarne ancora? Forse è vero: ebola è ormai un ricordo lontano, ma solo per noi! Perché in Africa ha lasciato parecchie cicatrici, ha sfigurato il volto di una bellissima madre, distruggendo vite, famiglie, stili di convivenza e lasciando il seme della diffidenza nel cuore di tanti che hanno ancora paura di toccarsi e di amarsi. Insomma, ebola è tutto fuorché passata, senza contare che il virus è sempre presente in quelle zone e potrebbe manifestarsi nuovamente con un ceppo diverso, a cui l’uomo non si è ancora immunizzato.

Per questo rimango convinto che ci fosse bisogno di questo libro, per ricordare che non troppo lontano dalle nostre comode città, tanti uomini, donne e soprattutto bambini sono morti, in maniera atroce, ma anche che tante donne e uomini coraggiosi sono andati ad aiutarli, rischiando in prima persona, lasciando affetti e cari pur di salvare qualche vita.

Proprio su questo punto, vorrei spendere due parole in più. A una lettura superficiale, potrebbe rimanere impressa solo la grande impotenza di Medici Senza Frontiere, che si trovano a contrastare qualcosa di molto più grande di loro: un male così spietato da soffocare ogni speranza. Per tutto il libro, infatti, traspare come sia di gran lunga superiore il numero dei morti rispetto a quello di coloro che si salvano, non solo, gli scarsi mezzi, le condizioni avverse e la poca collaborazione della popolazione di Monrovia fanno apparire ogni sforzo quasi inutile. Addirittura, a un certo punto, si ha come la voglia di chiudere il libro, consapevoli che quella storia non finirà bene, ma, al contrario, ti farà rimanere addosso solo freddo e fango. Se, però, si riesce a leggere nel profondo delle loro storie, senza farsi vincere dall’angoscia, si capisce come quel “fortino” dalle mura grigie sia in realtà l’ultimo avamposto d’umanità. Un posto in cui la gente non va solo per farsi curare, ma anche, forse inconsapevolmente, per non morire sola; come il ragazzino, ormai arrivato allo stadio finale della malattia, che ringrazia “doc Rob” per averlo ammesso nel centro anche quando ormai era chiaro che fosse spacciato, cosa di cui era consapevole anche il padre, che aveva insistito fino alla fine affinché suo figlio non rimanesse da solo, magari in una capanna fredda e umida. Spesso, non è solo la morte a far paura ma, piuttosto, la solitudine che l’accompagna.

Un altro passo rivoluzionario di questo piccolo libro è il far capire che, per aiutare al meglio le persone, prima bisogna conoscerle, capirle e in un certo senso rispettare la loro cultura, come fa l’antropologo Umberto che potrebbe sembrare superfluo in quel luogo (forse sarebbe servito un medico in più, magari specializzato in infettivologia), invece, ha il merito di aver iniziato tutto un processo di scoperta di una società a cui nessuno aveva mai prestato importanza e che, per questo, non si riusciva a capire. Una società, a cui era stato imposto un modello europeo che non voleva accettare e, per questo, aveva cominciato a opporsi alla missione di MSF. Questa iniziale incomprensione aveva eretto muri ben più alti di quelli del “fortino” grigio, che rischiavano di far propagare ancora di più il virus dell’ebola, anche oltre i confini del paese.

Concludendo, posso affermare, senza vergogna, di aver capito due cose molto importanti grazie a questo piccolo grande libro: la prima è che, spesso, la solitudine è peggiore della morte e la seconda è che la conoscenza dell’altro è alla base di ogni cosa. Non si può aiutare il prossimo, se prima non lo si conosce veramente.

Per questo, voglio ringraziare Valerio La Martire, ma, soprattutto, voglio ringraziare Medici Senza Frontiere (e con loro tutte le associazioni che si sono impegnate per arginare e debellare ebola), che hanno dimostrato come aiutare il prossimo e nello specifico l’Africa, sia l’unica strada da percorrere in questo mondo così tanto globalizzato, ma anche così poco attento alle vicende dell’altro.

Diego

Annunci