di DIEGO ROMEO
Quindi, cosa sarebbe questo fantasy? Forse è la domanda che ultimamente mi pongo più spesso. La prima risposta: uno dei miei generi letterari preferiti. Forse anche perché (per onestà lo devo ammettere) ultimamente sto lavorando molto per affermarmi come scrittore in questo ambito così amato. Ad una prima analisi si potrebbe dire che il fantasy è un racconto (di ambientazione sia medievale, sia urban o epic novel) in cui la magia e il fantastico occupano una parte preponderante dell’intera fabula. Tutto qui? Se fosse così, ogni scrittore in erba potrebbe scrivere qualunque cosa, magari abbondando con draghi, elfi, nani, vampiri e via favoleggiando, per poi affermare di aver scritto un romanzo fantasy di successo. Purtroppo qualcosa del genere è successo e procede con vigore: tant’è che viene relegato, nel panorama letterario, a genere minore, di nicchia, ultra commerciale. Chissà, magari vi sarà capitato: vi siete rivolti tutti entusiasti ai vostri amici dicendo “ho pubblicato un libro” e loro tutti contenti: “Dai, bellissimo! Di che genere?” Con un sorriso smagliante rispondere: “Romanzo fantasy” per vedere l’espressione mutare da sincera ammirazione a evidente compassione, se non proprio derisione. “Ah! Un raccontino, quindi?!?”. Mi è successo, in pochi mesi, più di una volta. Questo perché il genere, soprattutto dopo la riscoperta del Signore degli Anelli e la nascita della saga di Harry Potter, ha visto un boom editoriale di prodotti mediocri, se non evidentemente scadenti, scritti da autori che rincorrevano l’utopia di successi scontati e conseguenti facili guadagni, vantandosi di essere scrittori solo perché, per l’appunto, rimpinzavano le pagine di creature fantasmatiche e magie di ogni ordine e grado. A mio modestissimo parere un romanzo fantasy non è solo un racconto in cui si scialano magia e creature fantastiche. Né, tanto meno, un racconto scritto con il perfetto equilibrio di tutti gli ingredienti giusti per piacere ad un pubblico saturo di proposte commerciali troppo smart.

L’esatto contrario.

Ogni testo ha specifiche regole narratologiche e letterarie, spesso complesse: quindi dovrebbe iniziare ad occupare un gradino decisamente superiore nell’ideale Olimpo dei generi letterari. Per rendersi conto di ciò, basta leggere “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov. Un romanzo a dir poco spettacolare, di un impatto travolgente, che se pur non abbonda di creature fantastiche ti trascina in un vortice così profondo da farti dialogare con il diavolo in persona. Chi vuole scrivere fantasy, dovrebbe pensare prima di tutto che non sta parlando di un genere minore con cui fare soldi, ma di un ambito profondo, che necessita di ambientazioni auliche, con tutti i presupposti per trasmettere un messaggio importante. Questo perché è il modo, per eccellenza, con cui far sognare il lettore, specie ora che il bisogno di riflessione e di evasione è più acuto. Lo stesso Tolkien, professore di grammatica e di storia inglese, per scrivere il suo “Signore degli Anelli” ha impiegato molti anni, creando alla fine un mondo parallelo ma coerentissimo perché variegato, con richiami storici, sociali ed etici (perfino spirituali) non estranei al tempo e al luogo della sua avventura umana trasfigurati in un affresco monumentale, sublime. Ecco forse una buona definizione per inquadrare meglio la domanda iniziale. Una porta che la fantasia apre sulle emozioni del lettore. Per il massimo rispetto che mi ispira questa figura (un compagno di viaggio ed avventura, e perché no, anche un po’ confidente) il lettore ha bisogno di un romanzo che sia, storicamente e narrativamente, alla sua altezza, non solo compilazione trita di curiosi apologhi tra draghi ed elfi.

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